Bruce Springsteen a Monaco di Baviera
Bruce Springsteen a Monaco di Baviera
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BRUCE SPRINGSTEEN & THE E STREET BAND
Munchen Olympiastadion 2 luglio 2009

Il concerto di Monaco raccoglie alcune conferme, e, pur se all’inizio della seconda parte del tour europeo, vede Springsteen già in grandissima forma.

La prima conferma è che “Working On A Dream” non è una grande opera, anzi, forse una delle sue minori, ed il progressivo ridursi delle apparizioni dal vivo dei brani da esso tratti, ne fornisce ulteriore riprova.

Springsteen è oggi il miglior concerto che si può vedere dal vivo – e questa è un’altra conferma – ma le canzoni che egli oggi incide non si avvicinano minimamente al suo standard live.

“The Rising”, “Devils And Dust” e “We Shall Overcome” erano, ciascuno con le sue caratteristiche, tre eccellenti lavori, tanto da costituire, segnandoli in modo significativo, la spina dorsale dei tours 2002-2003, 2005 e 2006.

Magic”, dopo una partenza fulminante (ricordate quanti brani ad Assago nel 2007 !) è poi pian piano sparito, relegandosi a saltuarie apparizioni (tutti ricordiamo San Siro 2008), e per “Working On A Dream” è stato peggio ancora.

Bruce oggi ricorda moltissimo i Grateful Dead degli anni Ottanta, quando dagli studi facevano uscire long playing di modestissimo valore, ma nei concerti raggiungevano vertici inarrivabili, che per intensità e durata non possono non rimandarci al nostro uomo.

Ed allora, provocatoriamente butto l’idea, perché non fare come loro che, ad un certo punto, rinunciarono di fatto ad entrare negli studi, per essere sempre pronti, al contrario, ad uscire negli stadi e nei palazzetti?

Nessuno di noi, credo sentirà la mancanza di qualche cd, che, al più, ben potrà essere rimpiazzato da mai così tanto auspicate registrazioni ufficiali dei suoi concerti.

Qui ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta, fra esibizioni di livelli stellari da trentacinque anni a questa parte.

Tratte le conclusioni, non possiamo non rinnovare l’affetto, la stima, la gioia per il piccolo uomo di Freehold, che non ha inventato nulla, ma ha riproposto cinquant’anni di insegnamenti del rock con un’energia, un entusiasmo, una passione, un rispetto ed una carica che nessuno può vantare di avere.

La E Street Band è una macchina da guerra di rock’n’roll, anche se non porta con sé, salvo un paio di eccezioni, virtuosi del proprio strumento, e costituisce certamente il miglior gruppo che abbia mai accompagnato un artista, seconda solo a The Band, back up di Dylan nei tour 1965-1966 e 1974: là, però, c’era un gruppo con una sua identità e con una discografia autonoma e ricca di capolavori, composto da cinque strumentisti di primissimo valore.

Lo spettacolo che offre oggi è pura musica, suonata da un palco spoglio e minimale, e, proprio per questo, a noi tanto gradito: uno show dove l’aspetto visuale esiste e si manifesta solo nelle forme e nelle figure dei musicisti, nella loro partecipazione, corale o solista, all’evolversi del concerto, a ruota di Bruce.

Non c’è più limite fra pubblico e musicisti, ed ogni momento avvicina sempre di più le due parti, come quando egli si avvicina alle prime file a raccogliere le richieste, piccola grande idea che nessuno aveva mai pensato di portare da un palco alla gente, per rompere il muro che a volte si crea fra l’artista ed il suo pubblico.

Qui a Monaco il juke box ambulante di Springsteen ha estratto, una dietro l’altra “This Hard Land” e “Pretty Woman”. Da sole sarebbero bastate per giustificare la presenza all’Olympiastadion.

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La prima perché è una fra le più belle canzoni che ha scritto, estratta, in non frequenti apparizioni, dal suo cilindro magico, per raccontare una storia che passa da Woody Guthrie attraverso le grandi pianure degli States, ponendosi come anello di raccordo fra l’amore e la fuga di “Thunder Road” degli anni Settanta, ed il sogno ed il viaggio di “Land Of Hope And Dreams” degli anni Novanta.

La seconda è stata quel che si definisce una “one and only one performance in a lifetime”. Richiesta, brandendo un cartellone colorato che raffigurava una pin up, per il compleanno di Roy Bittan (che prontamente Bruce ha sottolineato, ridendo, con “se Roy avesse questa donna, non festeggerebbe più un compleanno”), non è mai stata eseguita da Springsteen in concerto, se non in occasione della celebre “A Night In Black And White”, omaggio ad uno dei suoi maestri, Roy Orbison, che nel 1987 l’eseguì, con tutti i suoi più celebri brani accompagnato (esatto: accompagnato) da amici come Springsteen, Jackson Browne, Tom Waits, Elvis Costello, per citare i primi che vengono in mente.

Cercatevi il video per comprendere dove sta la grandezza di un artista, che non esita, nella sua grande umiltà (vale per tutti i partecipanti a quell’evento), a mettersi da parte per assecondare una leggenda come Orbison (che tutti noi ricordiamo direttamente omaggiato da Springsteen in “Thunder Road”).

Ed allora, sul palco, momenti di panico, perché nessuno sa (o fa finta di sapere) quali sono gli accordi, lo stesso Bruce è in apparente incertezza, fino a quando esplode il riff introduttivo per lanciarsi in un brano perfetto per lui e per la sua band.

Bastavano queste due, ma il concerto di quasi tre ore ha riservato anche molto altro. Ne è emersa, questa volta più del solito, l’anima rock’n’roll di Bruce, che ha recuperato altre due covers, “Seven Nights To Rock” e “Detroit Medley”, per lanciarsi in ritmi scatenati.

Ma fra i brani meno travolgenti, come non dire che all’inizio è spuntata “Spirit In The Night”, e poi è stata la volta anche “Atlantic City”, e più avanti di “The River” ?

Qui e là, quasi comprimari, i brani dall’ultimo lavoro, dove la sola “Outlaw Pete” riesce ad assurgere ad un suo ruolo, grazie alla carica drammatica che Springsteen riesce ad infonderle; “My Lucky Day”, “Working On A Dream” e “Kingdom Of Days”, al contrario, scivolano via quasi anonime, attimi di assestamento per altre canzoni che, invece, segnano il concerto.

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Così è per “No Surrender”, dopo “My Lucky Day”, che rimane uno dei caposaldi di “Born In The U.S.A.”, anche e soprattutto per il testo e per “Seeds”, che dopo “Working On A Dream” carica di atmosfera drammatica l’aria dello stadio.

Stavo per dimenticare che dopo “Pretty Woman”, tanto per non dare respiro, è partita “Because The Night” con un lavoro ancora più grande del consueto, di Nils Lofgren.

Il gran finale inizia con “Hard Times”, bellissimo brano della tradizione americana, per pescare ancora (alla fine saranno ben quattro i brani) da “Born In The U.S.A.”, prima con “Bobby Jean”; poi con “Glory Days” e, a chiudere, con “Dancing In The Dark”.

In mezzo, immancabile, “American Land”, unica superstite della splendida esperienza della Seeger Sessions Band, con le fisarmoniche di Roy Bittan e Charlie Giordano ed il violino di Soozie Tyrrell a guidare la musica, e la batteria di Max Weinberg (recuperato per questa seconda parte del tour) a segnare il ritmo.

Le conferme sono arrivate. Se questo è l’inizio, cosa vedremo fra venti giorni in Italia ?

Set List:

1. Muss I Denn Zum Städtele Hinaus
2. Badlands
3. My Lucky Day
4. No Surrender
5. Outlaw Pete
6. Spirit In The Night
7. Working On A Dream
8. Seeds
9. Johnny 99
10. Atlantic City
11. Seven Nights To Rock
12. This Hard Land
13. Pretty Woman
14. Because The Night

15. Waitin' On A Sunny Day
16. The Promised Land
17. The River
18. Kingdom Of Days
19. Lonesome Day
20. The Rising
21. Born To Run
22. Tenth Avenue Freeze-Out
23. Hard Times
24. Bobby Jean
25. American Land
26. Detroit Medley
27. Glory Days
28. Dancing In The Dark

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